I taxi, Uber e la libertà

File illustration picture showing the logo of car-sharing service app Uber on a smartphone next to the picture of an official German taxi signUber offre un servizio molto interessante. Con modalità altrettanto interessanti: in pochi secondi con un’app trovi un’auto disponibile, la prenoti, fai un preventivo di spesa (più o meno preciso) e infine paghi con la carta di credito. I tassisti protestano: concorrenza sleale. E da anni va avanti la polemica. Che fare? Innanzitutto capire bene cosa è Uber. Nel 2016 ha perso circa 3 miliardi di dollari, nel 2015 il rosso era stato di 2,2 miliardi. Dal 2009 non ha quasi mai prodotto utili. Il motivo è semplice: ha le spalle ben coperte e investe molto. Secondo alcuni calcoli fatti da TechCrunch l’azienda spende 1,55 dollari per ogni dollaro che guadagna. Il costo principale è rappresentato dagli autisti, che non sono dipendenti di Uber. Loro sono dei fornitori di servizio che mettono a disposizione la propria automobile e in cambio ricevono una percentuale sulla somma pagata dal cliente. Non sono pochi gli autisti, però, specie in Europa, che hanno trascinato Uber in tribunale sostenendo di aver svolto un lavoro subordinato e continuativo.

Altro dato molto interessante:  tra il 2009 e oggi Uber ha raccolto la bellezza di circa 15 miliardi di dollari tra gli investitori. Al punto che il New York Times ha scritto che il valore è “fatto di denaro vero, non di valutazioni campate in aria”. Ma per quale motivo si sceglie di investire in un’azienda che non produce utili? Hubert Horan sul blog Naked Capitalism sostiene che gli investitori sanno bene che l’azienda opera grazie al massiccio afflusso di capitali puntando su questi obiettivi:  eliminare la concorrenza e  istituire una sorta di monopolio, poi aumentare i prezzi, comprimere i salari dei dipendenti e iniziare così, finalmente, a produrre utili. Più che altro, quindi, sarebbe una scommessa sul futuro. Niente di male in un sistema di mercato.

Per un utente avere maggiori possibilità di scelta è sempre positivo. E possibilmente anche spendere meno e trovare un’auto quando serve. Il problema è rappresentato dalle regole, che Uber cerca di aggirare (o far modificare), inserendosi in un sistema che cerca di difendere se stesso con ogni mezzo. Al di là dell’assurdità delle licenze pagate decine di migliaia di euro, che i tassisti difendono considerandole una sorta “liquidazione” da poter riscuotere (rivendendo la licenza) una volta in pensione, c’è una grossa differenza tra tassisti e autisti di Uber. I primi, infatti, devono sottostare a norme molto stringenti, che non valgono invece per i secondi. Ecco quali sono: il veicolo può attendere in un luogo pubblico; le tariffe sono determinate dalle amministrazioni locali; il cliente può essere prelevato all’interno dell’area comunale e, tranne nei Comuni più piccoli, è obbligatorio l’uso del tassametro. Devono avere sul tetto un contrassegno luminoso con la scritta “taxi”; assegnati un numero d’ordine e una targa con la scritta in nero “servizio pubblico”.

L’economia che gira grazie alle app non è il “futuro”. è già realtà. Non tenerne conto è assurdo. La libera iniziativa va stimolata, però attenzione ai rischi che potrebbero derivare dalla “legge della giungla”. Insomma, servono le regole, chiare e precise. Altrimenti tutti, ma proprio tutti, prima o poi ci rimetteremo. La politica deve fare la propria parte, legiferando in modo intelligente, ascoltando le esigenze dei tassisti, quelli delle nuove imprese, dei cittadini e delle amministrazioni locali.

Lascia un commento

WordPress Themes
Free WordPress Themes